Intervista a Lloyd Bradley, autore di “BASS CULTURE”.


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Oramai mesi fa, presso la Shake in viale Bligny(MI),  intervistammo Lloyd Bradley, giornalista e scrittore inglese, con cui, in veste di alfieri di Vitowar,  facemmo quattro chiacchiere sul suo libro, “BASS CULTURE” ,  di cui Prince Buster, uno che ne sa poco, ha detto : “La musica Jamaicana ha finalmente il libro che si merita”. Dopo una travagliata traduzione, vi proponiamo l’intervista tradotta dal “nostro” madre lingua Fabio Bollani.

Da dove nasce la tua passione per la musica Jamaicana? Come nasce “Bass Culture”?
Lloyd Bradley:
La passione per questa musica viene da Londra, città dove sono nato e cresciuto. Lì dovunque si sentiva Carebbean Music. All’ inizio non si sapeva bene che tipo di musica fosse ma piaceva, i Reggae party erano eccitanti e divertenti. Il Reggae però pian piano diventò popolare come la Pop Music.
Da quando mi hanno chiesto di scrivere “Bass Culture”, credo nel 1992/93, ci sono voluti sette anni per effettuare tutte le ricerche.
Scrivevo per parecchi giornali inglesi in quel periodo e mi sono reso conto che non esistevano libri su questa musica, quasi come se non fosse presa sul serio. Vedevo grossi libri sul Rock, grossi libri sul Blues,grossi libri sul Jazz ma nessuno sul Reggae, c’erano solo enciclopedie che parlavano di album e canzoni, ma in stile quasi nozionistico. Nell’ambiente del Reggae tutte le persone che ho conosciuto sono uniche e avevano una storia molto interessante da raccontare ma  nessuno lo aveva mai fatto. Era l’unica cosa a cui riuscivo a pensare. Mi dissi, voglio parlare sia della musica sia della storia politica dell’isola perchè non si possono separare, una porta all’altra, troppo legate,inseparabili. Volevo raccontare queste due storie e Penguin decise di pubblicarle.
Cosa ci dici del diverso modo di concepire la musica Reggae nei ” due mondi”?
L.B. : Non è che nei Caraibi e in Jamaica il Reggae non fosse preso seriamente, ma con il colonialismo a queste popolazioni era stato insegnato che i valori espressi in questa musica non fossero importanti. Le cose giuste venivano dai colonizzatori, che pretese potevano avere i ragazzi del ghetto. Se andavi in Jamaica anni fa vedevi che un ragazzo si svegliava la mattina e andava in studio a registrare una canzone, il giorno dopo si svegliava e faceva lo stesso, così, naturalmente. Quando poi alcuni Jamaicani si spostarono in Europa e iniziarono a vendere in quel mercato i loro dischi, anche nell’isola realizzarono ci fossero delle possibilità e degli sbocchi in questa musica. In europa sembrò essere presa più seriamente, come il Blues o il Jazz.
Nella musica Reggae ultimamente forse si è un pò persa l’attitudine a lanciare dei messaggi, tu che ne pensi? 
L.B. :
All’inizio nello ska e nel rocksteady , non c’era un messaggio. Poche canzoni avevano un messaggio da lanciare, la maggior parte no. Credo che quando arrivò il Roots and Culture arrivò il messaggio. Noi in Inghilterra per i party avevamo il Lovers Reggae, quando arrivò la Dancehall la gente era un pò stufa dei generi precedenti, però nulla era cambiato, soprattutto in Jamaica, dove si vedeva una produzione in chiave Europea. Adesso invece c’è più equilibrio, se si va ad una Dancehall a Kingston si sentono oramai parecchi artisti “New roots”, come Sizzla o Anthony B. C’è equilibrio.

La figura di Bob Marley è di sicuro la più commerciale nel mondo del Reggae, è un pò il ” Che Guevara” gialloverderosso, le persone spesso ne indossano le magliette o ascoltano la sua musica senza realmente capire il messaggio che Robert Nesta voleva lanciare. Per alcuni spesso è “quello che cantava delle canne”.  Vedo che già sorridi.
L.B. :
Bob Marley è diventato un’ icona del Reggae mondiale. Le persone tendono a vedere Marley come un mito, invece che come portatore di un grande messaggio. Non è colpa sua ma di chi l’ha spinto in quel modo, come le case discografiche, nel suo caso la Universal. Se le case discografiche dovessero promuovere ora un disco di Bob lo farebbero molto più serenamente, senza esitazioni a differenza di uno di Burning Spear.
C’è un attenzione minore per la nuova scena Reggae, questa è una sfortuna per la musica giamaicana, perchè l’interesse che c’è per Marley mette in secondo piano le altre scene, anche se molto valide. Nella versione inglese del libro infatti la figura di Bob viene menzionata, ma senza coprire le altre realtà. La copertina infatti non presenta la classica icona del Reggae, non volevo raccontare la storia di questa musica tramite la storia di Robert Nesta. Questo alle persone è piaciuto, si sono potuti informare sul Reggae attraverso altre realtà.
 
Una canzone che abbineresti a “Bass Culture”, una colonna sonora?
L.B. : (
Dopo minuti e minuti) Civilize Reggae di Burning Spear, credo possa desciverlo al meglio, come potrebbero farlo molte altre.
 Come ultima cosa, dacci un tuo parere sulla figura di Hailè Selassie. Per i Rastafarai è visto come una divinità ma per molti storici è stato un crudele dittatore.
 L.B. : E’ vero, è una figura molto controversa, ma non mi sorprende molto il fatto che sia visto come una divinità. Mi impressiona di più la sua dedizione nel portare la cultura della libertà Africana ai maggiori esponenti mondiali, voleva solo la libertà dell’Africa, anche grazie al suo regime, purtroppo dovuto, che gli ha permesso di fare ciò. Lo vedo un pò come James Brown, persona che ha la capacità di portare questo messaggio attraverso la musica.
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More Vibes ringrazia la Shake Edizioni, in particolare Gomma, autore anche delle foto.
Un ringraziamento va inoltre a Vitowar che ci ha affidato questa missione.
Grazie a Fabio per la traduzione.

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Di seguito la recensione di “Bass Culture” a cura di Luana Grandani, new entry nella crew di More Vibes.

Keep in touch

RECENSIONE “BASS CULTURE”
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“Se lo Ska ha significato la nascita della musica popolare giamaicana moderna e il Rocksteady è stato la sua truculenta adolescenza, il reggae è la maturità” -Lloyd Bradley

Bass Culture è un libro fondamentale per ogni appassionato di musica dalla sfumature rosso giallo e verdi.
Tutto viene descritto nei minimi dettagli, a partire dai primi sound system giamaicani degli anni ’50 e al crescente fenomeno dello Ska, al Rocksteady che prese piede nel ’68.
Questo evolversi musicale, focalizzato finora solo in Giamaica, verso la fine degli anni ’60 trovò aperte due strade diverse per la propria crescita.
Da una parte c’erano gli innumerevoli giamaicani che si erano dovuti trasferire in Inghilterra alla ricerca di una vita più semplice.
Non erano indifferenti alle loro radici, e quindi svilupparono anche loro una passione per i dischi importati dall’isola, contribuendo allo sviluppo del reggae.
Parallelamente in Giamaica la situazione politica era inaccettabile. La gente si trovava a morire, letteralmente, di fame.
Non c’era più gusto ad intrattenere il pubblico con pezzi Rocksteady che parlavano solo d’amore, c’era bisogno di scrivere testi di ribellione, ed è così che nacque il Roots Reggae.

Relativamente poca è l’attenzione posta dallo scrittore al fenomeno di Bob Marley. Ma è giustificata. Per quanto sia conosciuto da tutti e, come lo descrive lo stesso Bradley, è “la metafora mondiale del Reggae”, non ha influito sullo sviluppo musicale degli studi di Kingston di quel periodo.

In effetti il filo conduttore di tutto il libro è la continua ricerca di un nuovo stile musicale da parte dei giamaicani che li rappresentasse in ogni periodo storico.
Per esempio, nel ’67 c’era la moda di stampare sui lati b dei dischi le “versions” strumentali dei grandi classici. Questo portò alla nascita del Dub. Grazie soprattutto a King Tubby che, approfittando di questo andazzo, fu il primo ad aggiungere unità eco e riverbero a queste version.
Un altro genere che imperversò nel ’75 in Inghilterra, mentre il Roots era ancora molto ricercato,è il Lovers’ Rock. Gli uomini che andavano a ballare sentivano esclusivamente roots, il che non gli dispiaceva. Ma ogni tanto volevano della musica adatta
per rimorchiare, e quale genere meglio del Lovers’ Rock? un genere in cui le donne la facevano da padrone cantando testi d’amore.

Fatto sta che erano tutti generi passeggeri, avevano la durata di qualche anno, invece il roots stava cavalcando l’onda da dieci anni.
La gente iniziava a non sopportare più la mancanza di novità e così negli anni ’80 appare uno stile “slacker” (più sconcio),il dancehall reggae.
Il tema del dancehall reggae viene affrontato con amarezza da parte dello scrittore. Gli è difficile accettare che una musica che è sempre stata positiva incominci ad avere testi che parlano esclusivamente di “guns and punaany” (pistole e passere).
Ripone però fiducia nei nuovi artisti del cosidetto “new roots”

Interessante la prefazione di Prince Buster, che non è il solo ad apparire tra le righe del libro.
Ci sono decine di interessantissime interviste, tra le quali ,oltre a quella di Prince Buster, di :
Derrick Harriott, Bunny Lee, Horace Andy, Burning Spear, Mikey Dread, Lee “scratch” Perry, Sly Dunbar,
Danny Sims..solo per citarne alcuni.

In conclusione, Bass Culture è un libro che ti fa sognare. Ti fa sentire gli odori dei vicoli della Giamaica, ti fa vedere il viso speranzoso dei giovani alla ricerca di un contratto musicale, ti fa sentire le urla della gente esaltata da un sound man che ci sa fare…

Certo va letto con calma. Se contante una media di 3/4 canzoni citate in ogni pagina e le pagine sono 393, lascio a voi fare il calcolo di tutta la musica che lo scrittore vi invita ad ascoltare, e voi sarete tanto trasportati da volerle sentire una per una!
Insomma non si tratta solo di leggerlo, questo libro lo vivrete con una bella dose di buone vibes in sottofondo.

a cura di Luana Grandani

infomorevibes@gmail.com

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